Per Emidio De Stefano dipingere è come una fedeltà al passato, non staccato dalla tradizione, non traumatico, non portarsi nelle facili mode correnti per non contaminare quel tessuto umano e di racconto che traspare nel segreto ora del pigmento pittorico, ora nelle intenzioni morali. Certo dipingere oggi, dove sembra che tutto debba tradursi in scelta escatolata, che tutto debba essere pensiero letterario, che tutto debba riesumere significati di ammonimenti di una cultura non nata dalla sofferenza contemporanea, ma come ripeto, da misterici riferimenti, da stilismi cioè da un insieme di appagamenti che pur riguardando una cultura totalizzante, giocano a far dimenticare la parte etnica, proprio quel lato di cui De Stefano è copiosamente ricco. Per lui fare un riferimento a un paesaggio e a situazioni del Sud da dove proviene, diventa un indispensabile modo di essere. Come si può mediare in simili contingenze se non attraverso l'umana partecipazione alla vita? Vale a dire di quella vita fino ad oggi disattesa dalla cultura moderna specie dall'arte. Ad Emidio De Stefano altro non si può augurare che questo camminamento morale gli sia sempre di ammonimento ideale per portare avanti il proprio lavoro.
Remo Brindisi


La nuova Apocalisse.

Sembra che la parola d'ordine oggi di moda sia: Transavanguardia. Essa esprime uno stato d'animo di stanchezza e di autoripiegamento subentrato alla confusione babelica dei linguaggi e agli "eroici furori" delle avanguardie. "Basta con le sperimentazioni dell'arte novecentesca nella letteratura, nella pittura, nell'architettura, nella poesia. Torniamo alla realtà", ripetono critici d'arte, estetologi ed artisti. In altre regioni del sapere contigue all'arte, - ad esempio in campo religioso, filosofico ed epistemologico - risuona la stessa parola d'ordine in forme diverse: basta con l'irrazionalismo, il nichilismo, il convenzionalismo, la teologia della liberazione, il pensiero negativo, ecc. Questo appello all'"ordine" è intentato da più parti e attraversa dall'interno le tradizionali divisioni tra credenti e laici, modernisti e antimodernisti, progressisti e conservatori. Ma si può fare finta che nulla sia accaduto? Si può tornare indietro rispetto alla presa d'atto che non abbiamo a disposizione un punto archimedico ove collocarci per confrontare i nostri linguaggi con la realtà così com'è? Certamente no. Allora, bisogna dire con forza che non esiste un grado zero della scrittura: esso è un mito "realista" che la modernità ha dissolto. Qualunque codice artistico si usi (la pittura, il romanzo, la musica, ecc.), i segni che si adoperano trasportano strati di significati ben consolidati e valori di verità, per così dire, naturalizzati, che si tratta ogni volta di riattivare, di sospendere, di de-istituire per riaprirli al rapporto con il mondo, all'esperienza storico-esistenziale e alle mutevoli istanze della condizione umana. Ecco perché R. Barthes, a proposito della letteratura (ma noi possiamo estendere il suo giudizio a tutte le altre arti), affermava: "Che cosa significano le cose, che cosa significa il mondo? Ogni letteratura è questa domanda, ma bisogna subito aggiungere, perché sta qui la sua specificità: è questa domanda meno la sua risposta".
La pittura di De Stefano pone, a suo modo, queste domande - che cosa significano le cose, che cosa significa il mondo? -, senza la pretesa di fornire risposte definitive. De Stefano è cosciente di lavorare dopo la grande stagione delle avanguardie con tutte le illusioni che essa ha nutrito (l'opera d'arte totale, la perdita dei confini tra arte e non-arte, lo sperimentalismo fine a se stesso, l'esteto-centrismo, ecc.). Ma non si veste a lutto per la fine di queste illusioni: piuttosto sembra preoccupato di recuperare la dimensione del "mestiere" inteso nel suo significato nient'affatto spregiativo di chi possiede un sapere tecnico e lavora con esso per costruire prodotti dignitosi e di qualità. D'altronde, è risaputo che l'opera d'arte è un effetto-non-programmato (by product), ma pur sempre presuppone dei codici, delle tradizioni, delle grammatiche di base, la cui padronanza è condizione preliminare per produrre innovazioni, scarti, discontinuità. De Stefano, dunque, lavora sul contingente, su situazioni esistenziali comuni (anche quando appaiono assolutamente private: ma potrebbe esistere un linguaggio del tutto privato?, si chiedeva a ragion veduta Wittgenstein), su simboli dell'immaginario collettivo, su forme di vita ora derealizzate, ora banali che costituiscono il nostro mondo quotidiano (e proprio per questo molto spesso enigmatiche e indecifrabili). Con un tocco qua e là di ironia (come nel dipinto del punk chernobyliano o in quello intitolato "Vorrei suonare"). È un modo di disincantare l'apocalisse, un modo di dire che l'apocalisse è la banalità stessa della moderna vita quotidiana.
Francesco Fistetti

The new Apocalypse.

Nowadays the trendy password seems to be : Trans avant-garde. It expresses a feeling of tiredness and self-refolding taken over from the Babel and chaos of languages and of the "heroic fury" in the avant-garde.
"Stop with the tests in the twentieth-century's art, in the literature, in the painting, in the architecture, in the lyric. It's time to come back to the reality". That's what art and Aesthetics experts use to repeat.
In the spheres of knowledge contiguous to the art - as religious, philosophic and epistemological aspects - the same key word echoes under different aspects: stop with irrationalism, nihilism, conventionalism, liberation's theology, negative thought, etc. This appeal to the "order" is brought from more directions and crosses from inside the traditional partition between laics and believers, modernists and anti-modernists, progressive and conservative parties. However is it possible to simulate that nothing has happened? Is it possible to take a step backward if we do not dispose of an "Archimedean" reference point where to be set in order to confront and compare our languages to the mere reality? Certainly not. Thus it's necessary to say with vigour that a "ground zero" in writing is not existing: it's a "realistic" myth which has been dissolved by the modernity. Whatever artistic code is used (the painting, the music, the novel etc...), the used signs transport a stratum of well consolidated meanings and true values, naturalized, to be re-activated, time after time, interrupted and set up to be re-opened related to the world, to the historical-existential experience as well as to the changeable aspects of the human condition.
That's why R. Barthes, relating to the literature (even if it's possible to extend this concept to all art forms), used to assert: "What's the meaning of things, what's the meaning of world? Each literature is related to this question, but it's necessary to add at once, as that's the specificness: the answer is this question less its reply".
The aim of De Stefano's painting is asking, in a similar way, these questions - what's the meaning of things, what's the meaning of world? -, without claiming to provide definitive replies. De Stefano is conscious of his working after the great avant-garde seasons, with all nourished illusions (the global master work, the loss of borders between art and non-art, the mere experimentalism, the aestheto-centrism , etc..). He has no mourning due to the end of these illusions, he's rather worried to recover the dimension of "profession" having no pejorative meaning, referred to someone who has a technical knowledge and works to create quality and noble products.
Moreover it's well known that the art work is an effect by product, suggesting codes, traditions, basic grammar, whose mastery is the preliminary condition to produce innovations, rejects, discontinuity. Thus De Stefano works on contingent basis, on the global existential conditions (even when they appear to be utterly private; Philosopher Wittgenstein argues about the existence of a private language). De Stefano works out symbols belonging to the collective imaginary, sometimes commonplaces characterizing our everyday life (and for this reason they're often mysterious and illegible), with a touch of irony. That's a way to play down the apocalypse and a way to say that the apocalypse itself represents the banality of the modern everyday life.

Francesco Fistetti


Emidio De Stefano e la realtà "virtuosa".

"Apocalittici Integrati" di Umberto Eco e la scuola semiotica italiana anni '60, due modalità di risposta all'era elettronica, caratterizzano tutt'oggi anche la dimensione estetica. Da un lato certa involuzione manieristica e nostalgica, dall'altro la stessa post avanguardia "degenerata": "Umanesimo e Futurismo" (tra mille virgolette) spesso protesi come giustificazioni intellettuali, in tali scenari sono meri simulacri (magari con Baudrillard che si rivolta nella sua ancor recente tomba!). Nell'arte contemporanea invece attraverso sguardi post moderni non deboli ma creativi (Baudrillard, McLuhan, Delouze, Lyotard...) sono possibili mosse e soluzioni diverse, contro Integrati e Apocalittici, contro l'uso, consumo, abuso del reale e dell'immaginario geneticamente manipolato in virtuale (senza co-scienza...). "Il post moderno ha le sue radici nei tempi moderni" sottolineava appunto Lyotard: con sguardo scientifico ciò significa non soltanto la memoria delle avanguardie storiche, ma pure... il Rinascimento, culla dell'attuale civiltà scientifica, quando artisti e scienziati, simultaneamente, scoprirono l'uomo come opera d'arte e di scienza. Ebbene, oggi, dove tutto è informazione (mettere in forma), dove per l'artista visivo il cervello è sincronicamente un secondo pennello e una seconda mano virtuale e sperimentale (scienza con coscienza e arte) nello specifico Emidio De Stefano segnala, esprime, crea, comunica mosse desiderabili nell'"antica pittura", pillole biofile del nascente immaginario scientifico nella nuova era dell'immagine elettronica... "San Giorgio" imprigiona il drago dentro la televisione e poi se lo guarda su un futuro LCD a valvole... "Due lottatrici" trasformano la Grazia senza smarrirla in Forza, umiliano i cosiddetti Bene-Male convenzionali... "Romeo bacia Giulietta" nel mondo, nuovo collage ruotante nella storia come un moto perpetuo... Newton, depresso perché la mela non cade più... ri-calcola le lancette per scoprire il nuovo tempo possibile, non più tiranno, orologi meravigliosamente inutili... giovani hackers, figli di internet stanchi della vecchia rete politica, marciano su Bruxelles per liberare Europa...
De Stefano, con rigore artistico e scientifico quasi da "neo-costruttivista", con collage-style da hacker pensante, ri-compone le scorie mediatiche per l'anima moderna e post e le purifica con nuove alchimie tecniche, già brevettate dalle avanguardie; riattiva gli archetipi vivificando le nuove icone della civiltà pubblicitaria contemporanea.
Rifiutando la menzogna naturalistica, egli è alla ricerca di una verità che debba tutto o quasi alla dura analisi dell'osservazione, alla lenta penetrazione del senso occulto delle analogie. Questa nuova determinazione gli consente di arieggiare il suo spazio e distruggere la materialità dell'oggetto facendogli perdere quel tono locale che gli è proprio, conferendo in questo modo alla composizione vita propria, ricca di rimandi culturali nascosti nei meandri reticolari delle sue campiture alchemiche e ricche di sottili tonalismi. È certo che non basta ricostruire la natura in modo più o meno sintetico, è necessario soprattutto studiarne le cellule che la costituiscono, non solo l'apparenza, ma tutto quanto rimane impercettibile all'occhio nudo. Penetrando i segreti essenziali del mondo che ci circonda, per mezzo di una percezione personale particolarmente addestrata e affinata a volte trattiene soltanto la traccia più o meno visibile di quello che vede per poi tornarvi sopra e ripensarvi. Ha bisogno di penetrare attraverso le apparenze, perché la realtà si nasconde sotto queste, per dare maggiore forza alla sensazione, all'emozione. D'altra parte, come già detto, De Stefano mira a liberare il colore dalle sue costrizioni, liberarlo dalla tinta naturalistica, dal tono locale, per conferirgli autonomia nel nuovo accordo tonale con forme viste e reinventate. La trasposizione dei colori e quella delle forme e della superficie si equilibrano, si sostengono l'un l'altro, vanno di pari passo. Così il quadro diventa un organismo puro in cui forma e colore si associano si intersecano per comporre un unico sistema completo. È necessario dunque è possibile captare nuovi valori estetici neoumanistici in gestazione, in orbita attorno al pianeta Arte, magari assieme ai satelliti di internet: non è forse il cybermondo un collage all'infinito di tutte le emozioni-informazioni? Urgente è ormai, per amore della scienza, dell'arte e della vita, la domanda diffusa, contro nichilismo e relativismo, di nuovi sguardi estetici aperti ma normativi, di nuovi virus... biofili, per non confondere più mappa e territori, artisti puri e creativi, quale è De Stefano, con pseudo-artisti imbonitori suffragati spesso dalla sola visibilità mediatica che sempre più si erige a garanzia di qualità, anestetizzando e inaridendo la "coscienza-consapevolezza" critica individuale.
Roberto Guerra


Emidio De Stefano
"Constructive Recycling" a Casa Ariosto, Ferrara.


La mostra presenta una trentina di opere - dal 1996 al 2008 - di un artista, ormai ferrarese di adozione, che persegue un'originale linea di lavoro e al contempo, con molta pazienza, esplica la sua attività didattica presso la privata Accademia d'Arte S. Nicolò. Sono soprattutto tecniche miste su tela, ma vi è pure una conturbante installazione. Attraverso le sale del contenitore storico esse conducono il visitatore all'opera dedicata ad Ariosto. Il grande collage su tela della seconda sala è appunto un omaggio al protagonista del poema ariostesco. L'ignudo che lotta contro tutti e scardina dalle radici persino le piante della fonte può ben essere preso come emblema delle operazioni che De Stefano propone in questa sua ricerca. L'artista possiede, infatti, un "furor" che gli permette di buttare via quanto risulta frutto di sovrapposizioni culturali senza perdere la libertà percettiva, propria dell'artista, di ricostruire ogni volta il cammino dell'arte. È un'operazione tecnica e concettuale insieme. Sul supporto affiorano (o naufragano?) le figure e le suggestioni, le correnti ed i pensieri dell'arte del Novecento. La figura può essere ricostruita a tasselli. Splendido è in questo senso l'uso delle carte da restauro che schermano ed esaltano la composizione. L'idea stessa del riciclo, conferma la capacità dell'occhio dell'artista di cogliere la bellezza della forma anche dove essa non sembrerebbe più essere presente nei modi che la tradizione ci ha consegnato. Le immagini mediatizzate raccontano all'infinito la forza proteiforme che le governa, la caducità della materia su cui sono riprodotte, la capacità dell'artista di operare la materializzazione di uno spazio narrativo.
Gianni Cerioli

Emidio De Stefano
Art show "Constructive Recycling" at "Casa Ariosto", Ferrara.


The art show is presenting almost thirty works, from 1996 to 2008 of an artist, whose city of adoption has become Ferrara; he pursues a very original working line and, at the same time, patiently, carries on his didactic activity at the private Academy of Art "S. Nicolò".
Basically the show is characterized by mixed technique on cloth works, even if a perturbing and fascinating composition is presented as well. Across the halls of the historical "container" the visitor is led to the work of Ariosto himself. The big collage on cloth in the second hall is a real tribute to the protagonist of Ariosto's poem. The naked figure fighting against everything and everyone, uprooting the trees from its sources, is emblematically representing De Stefano's art research: with his "fury" he is able to throw away the result of cultural overlapping, without loosing the perceptive freedom, typical of the artist, aimed to create the path of art. It is at the same time a technical and a conceptual process.
On the cloth the figures and the suggestions, as well as the stream of thoughts typical to the nineties' art appear (or wreck?).
The figure is put together through the collage constructions. The result is the talented way of using the restoration cards for screening and exalting the composition. The recycling idea itself confirms the artist's capacity to capture the beauty in the shape even where it seems that no beauty is present, if we only rely on our traditional canons.
The media images are the expression of the never ending protean force, regulating them, whereas the frailness of the substance and the artist's capacity is able to operate the materialization of the fiction and to enhance the narrative space.
The show will last till September 21st and it is illustrated in a catalogue sponsored by "Giulio Barbieri Company" and "Generali" Insurance. The textual criticism is signed by Fistetti, Brindisi and Venturoli.

Gianni Cerioli


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